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FOCUS NUCLEARE: INTERVISTA A GIUSEPPE ONUFRIO |
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| DATA |
08/06/2008 |
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| AUTORE |
O.K. |
ARCHIVIO |
In Italia si stanno gettando le basi per rilanciare la creazione di nuove centrali nucleari. A favore chi pensa che queste sono ora più che mai necessarie per alimentare il fabbisogno energetico del nostro paese, contro invece, chi crede che questa “evoluzione” serva semmai a mantenere un sistema basato sui consumi di massa. Lei cosa ne pensa?
Le centrali nucleari di cui si parla – quelle di “ultima generazione” – sono di nuovo tipo, non ne esistono ancora funzionanti. Si tratta di reattori di Generazione III+ i cui modelli principali sono l’EPR costruito dalla francese AREVA e l’AP1000 reattore non ancora approvato della statunitense Westinghouse. Di EPR in costruzione ce ne sono 2, uno in Finlandia e uno in Francia, cui partecipa Enel al 12,5 per cento. La Cina ne ha ordinati 4. Né i costi né i livelli di sicurezza sono ancora chiari. In Finlandia l’autorità di sicurezza nucleare ha ravvisato oltre 1500 non conformità e anche per questo motivo i tempi di costruzione stanno raddoppiando rispetto al previsto e i costi passano da 3 miliardi di euro a 5.2. In Francia, dove il cantiere è aperto da poco, l’autorità di sicurezza nucleare ha bloccato i lavori per inadempienze e difetti (simili a quelli già visti in Finlandia, a partire dalla scarsa qualità della base di cemento). Peccato che di questa notizia in Italia nessuno o quasi ha parlato. Che l’Italia possa fare 6-8 centrali di questo tipo – ancora non realizzati nemmeno da chi ha il know-how - è una “sbruffoneria nucleare”. Che possa esservi qualche ordinativo è possibile, a vantaggio soprattutto del costruttore, quasi interamente pubblico. Che venga poi anche realizzato è tutto da vedere.
In tutto questo, non tutti si ricordano che in Italia il nucleare già c’era. Mi riferisco alla centrale di Latina a quella di Trino Vercellese a quella di Caorso e a quella del Garigliano. Che ne è di queste centrali dimesse dopo il referendum del 1987?
Sono avviati i lavori preliminari per il loro smantellamento. In assenza di un deposito nazionale è però difficile che i lavori possano procedere. Si è promesso ai cittadini di liberarli dai siti nucleari (le centrali stesse sono in buona parte delle scorie da mettere in deposito) ma in assenza di un sito nazionale secondo la prassi questi siti dovrebbero ospitare le scorie che hanno prodotto nella loro attività.
In tema di sicurezza, il pensiero immediato è quello dell’impatto ambientale con le scorie derivanti dalle centrali nucleari. Ma in cosa consistono le scorie? Come, dove e per quanto tempo si devono conservare?
Vi sono vari tipi di scorie, di diversa natura e pericolosità. Vengono classificate in Italia in 3 categorie, delle quali sono radiologicamente significative la 2° e la 3°. In termini di volume oltre il 90 per cento è costituito da scorie di seconda categoria che contengono circa il 10 per cento di radioattività, mentre le scorie di terza categoria rappresentano una frazione del 5 per cento in volume e contengono circa il 90 per cento della radioattività. La parte più rilevante delle scorie è rappresentata dal combustibile irraggiato, inviato negli anni al riprocessamento prima in Inghilterra e ora in Francia. Torneranno scorie vetrificate – un andirivieni inutile e molto costoso, questa pratica è stata interrotta negli USA dal 1977 – che secondo la prassi, in assenza di un deposito di stoccaggio, andrebbero conservate presso gli impianti che le hanno generate.
Lei crede -se pur in un regime ottimale di messa in sicurezza- che le scorie possano col tempo rappresentare ugualmente un pericolo per il futuro?
Per quanto riguarda le scorie di seconda categoria, il tempo necessario a riportare i livelli di radioattività a un millesimo di quelli originari è di circa tre secoli. E’ pensabile che possano essere costruiti depositi ingegneristici che reggano per quest’ordine di tempo: bisogna solo vedere quale popolazione accetta un vincolo di tre secoli. Per le scorie di terza categoria a lunga vita la prassi internazionale è di valutarne il confinamento per almeno 10 mila anni (la vita media di queste scorie è ben più lunga). Per questo tipo di scorie – nonostante le frasi strombazzate da alcuni esponenti del governo e di grandi imprese – non esiste ad oggi alcun esempio di soluzione.
In cosa consiste il “principio di precauzione”?
E’ un principio alla base di molti trattati internazionali sull’ambiente. Vuol dire che anche in assenza di prove definitive, se una certa pratica o tecnologia presenta dei rischi potenziali è meglio non svilupparla. Il rischio è un prodotto di due fattori: la probabilità che un certo evento si verifichi e l’entità delle conseguenze che ne derivano. Anche se la probabilità è bassa, il rischio, come prodotto di due quantità, può essere ellevato.
Si dice che in Italia, se anche utilizzassimo tutte le fonti di energia alternativa, non riusciremmo a soddisfare neppure il 10% del fabbisogno energetico nazionale. E’ davvero così?
L’obiettivo europeo prevede di coprire il 17 per cento e questo è fattibile. Ma la prima fonte da sviluppare è l’efficienza. Le nostre case consumano in pianura padana 150-200 kWh per mq e per anno; il nuovo standard tedesco non consente di superare i 70, lo stato dell’arte dei casi migliori è a 15. Nel campo dei consumi di elettricità lo studio prodotto dal Politecnico di Milano su nostra commissione dimostra che al 2020 si può tagliare del 20 per cento e oltre – una quantità di energia pari a quella di 14-15 centrali da 1000 MW – a costi inferiori a quelli di produzione. Solo che questo non piace molto a chi costruisce centrali. Con l’efficienza le fonti rinnovabili possono dare un contributo percentualmente maggiore. In Italia occorre sviluppare una “alleanza” tra gas naturale e energia solare in tutti i settori. Anche in campo industriale è possibile sviluppare il solare termico nelle fasce di calore fino a 250 gradi, che rappresentano una buona parte degli usi termici.
Centrali di terza, quarta, addirittura quinta generazione: in futuro c’è chi dice che anziché usare l’uranio, si potrebbe utilizzare anche il torio. E’ uno scenario possibile secondo lei? E che differenze potrebbero esserci fra l’utilizzo dell’uranio e quello del torio?
Il ministro Scajola ha avuto almeno il merito di chiarire questo punto: si faranno le centrali dell’ultima generazione (la terza) per la quarta “non possiamo aspettare il 2100. Il nucleare ha assorbito oltre la metà delle risorse pubbliche per la ricerca e lo sviluppo nei paesi OCSE, lasciando alle rinnovabili tutte incluse l’11-12 per cento. Nonostante questo, nessuno dei fantomatici sviluppi del nucleare – quelli che avrebbero risolto tutti i problemi di sicurezza, di risorse, di proliferazione e di scorie - è mai stato realizzato.
In Italia -tuttavia- prima ancora di porci il problema su come ottenere più energia, non ci poniamo quello su come sprecarne di meno, perché in Italia di energia se ne spreca moltissima. E’ la verità?
L’Italia passa per un paese efficiente perché consuma relativamente poca energia per unità di PIL (anche se questo era vero in passato, siamo stati raggiunti e superati). Ma questo ha a che fare con la composizione del nostro paniere di prodotti, meno energy intensive di altri Paesi, e al clima più mite, non vuol dire che le nostre tecnologie siano più efficienti della media dei Paesi OCSE. Nel rapporto “La rivoluzione dell’efficienza” si mostra come gran parte del potenziale di risparmio nei consumi elettrici sia nell’industria e nel terziario, i settori che producono ricchezza. Un “piano nazionale per l’efficienza” avrebbe due vantaggi: diffondere tecnologie innovative in tutti i settori, creare più occupazione nell’industria manifatturiera (60 mila posti di lavoro). Uno svantaggio: stabilizzare i consumi (come è avvenuto in Danimarca e in California) e evitare la costruzione di 14-15 centrali addizionali.
In cosa consiste il futuro alternativo al nucleare? Esiste un piano alternativo, basato fondamentalmente dall’utilizzo di fonti rinnovabili e di una riduzione di sprechi, in grado di dimostrare che le centrali nucleari possono non essere indispensabili?
Non esiste un piano alternativo come non esiste nemmeno un piano governativo (l’ultimo è del 1988, mai applicato): oggi siamo in un mercato liberalizzato e gli strumenti di pianificazione (se non in termini di conseguenze sulle emissioni) non ci sono. Il governo andrà avanti senza aprire un vero dibattito ma per affermare il proprio punto di vista. Un atteggiamento inutile: politiche di questo genere o sono condivise o non funzionano. In Germania la “Grosse Koalition” non ha messo in discussione l’abbandono del nucleare, mentre sulle cose condivise – efficienza e fonti rinnovabili – vanno avanti come dei treni.
Infine, lei crede che le centrali nucleari verranno di fatto realizzate oppure no? E perchè?
Per rifare il quadro normativo il governo ha detto che ci mette 5 anni e andiamo a fine legislatura. Per costruire un reattore come l’EPR non ci si mette meno di 7-10 anni. Per recuperare i soldi investiti le stime attuali sono di 15-10 anni. Insomma lanciare un progetto che diventa economicamente in attivo tra 30 anni come minimo, in un Paese che su questo tema è diviso, mi pare frutto di un atteggiamento ideologico, insieme arrogante e velleitario. Arrogante perché senza alcuna forma di consultazione lancia un obiettivo su cui c’è stato un voto referendario. Velleitario perché vorrebbe vendere agli italiani una tecnologia che ancora non è stata provata da quelli che l’hanno inventata. Inoltre, nei Paesi a mercato liberalizzato, il rinascimento nucleare è già in crisi prima ancora di iniziare. Consiglierei al governo e a Confindustria, invece che traccheggiare con l’industria francese, di studiare bene il caso americano. Florida Power and Light ha appena presentato una proposta per costruire due centrali nucleari a un costo totale di 8000 dollari al kW (8 miliardi per 1000 MW), il triplo di quanto ufficialmente dichiarato dai francesi. Ma di queste cose si riesce a parlare seriamente in Italia?