TITOLO   FOCUS NUCLEARE: DAL 1987 A OGGI, LE PROSPETTIVE PER IL FUTURO  
 DATA   08/06/2008  
 AUTORE   Michele Scarfone  ARCHIVIO


FOCUS NUCLEARE: DAL 1987 A OGGI, LE PROSPETTIVE PER IL FUTURO

(di Michele Scarfone – destrasociale.org) - E’ ormai d'attualità parlare di nucleare e parallelamente si sono moltiplicate le dichiarazioni di chi è a favore comunque, chi a favore a determinate condizioni, chi contrario a prescindere ed infine chi contrario, ma dato il momento particolare, possibilista.
Chi scrive ha votato a favore dell’abolizione dell’energia nucleare sul suolo patrio. Uscivamo da quello che fu il disastro di Chernobyl e l’onda emozionale ebbe su me un ruolo determinante. Oggi se venissi nuovamente chiamato a votare in un referendum simile mi esprimerei diversamente.
In definitiva nel "referendum sul nucleare" non ci veniva chiesto, e non poteva essere diversamente, di esprimerci su "nucleare si, nucleare no". I quesiti erano infatti tre:

1. Volete che venga abrogata la norma che consente al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) di decidere sulla localizzazione delle centrali nel caso in cui gli enti locali non decidono entro tempi stabiliti?
2. Volete che venga abrogato il compenso ai comuni che ospitano centrali nucleari o a carbone?
3. Volete che venga abrogata la norma che consente all’ENEL (Ente Nazionale Energia Elettrica) di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all'estero?

Nulla si evinceva sul futuro energetico di questo Paese e nulla si fece negli anni a venire per dare un indirizzo all’energia nazionale. Il 10 novembre del 1987 ci ritrovammo tutti antinucleari, la cosa non fu traumatica dal punto di vista economico perché gli idrocarburi non avevano i costi odierni e l’energia costava relativamente poco.
Oggi sono più maturo (qualcuno direbbe che sto invecchiando e forse è vero), ho due figli ed il mio impegno maggiore è quello di operare cercando di lasciare a loro una situazione economico-sociale migliore di quella lasciatami dalla generazione di mio padre.
La differenza tra il momento che stiamo vivendo ed il clima del 1987 sta fondamentalmente nel fatto che le scelte oggi sono di tipo economico e non più ideologico-emozionale.
Un Paese industrializzato serio all’indomani del referendum avrebbe fatto un piano energetico serio, di lunga durata ed avrebbe garantito a questa nazione una sufficiente autonomia energetica, ma questa non è l’Italia, da troppo tempo è l’italietta. Non è più un Paese in grado di sognare in grande e di far sognare e quindi lungi dagli allora governanti porsi il problema che continuare ad importare energia dall’estero (prevalentemente prodotta con centrali nucleari) avrebbe, nel lungo periodo, prodotto il disastro che oggi viviamo.

In quegli anni ero un giovane studente prossimo alla laurea in architettura e ricordo benissimo come l’Università si ponesse il problema e cercasse di dare delle possibili soluzioni. Posso affermare di essere cresciuto in facoltà a pane e “risparmio energetico”, pasta con “camini solari”, carne con contorno di “brises-soleil”. Arriva poi il giorno della laurea e ti ritrovi con la testa pieni di sogni e credi che il mondo aspetti te per essere trasformato, ma ben presto fai i conti con la realtà, quella realtà che si chiama libero mercato e massimo profitto dove non c’è posto per la ricerca, per la sperimentazione, per l’aggiornamento professionale. Servono nuove case? Bene, purché si facciano in poco tempo e a basso costo. Servono nuove Chiese? Bene, cos’è una Chiesa se non un luogo di ritrovo, quindi grandi vetrate esposte a sud e tanto cemento armato. Servono nuove scuole? No, per l’edilizia scolastica non vale perché la normativa, anche se datata, continua ad essere una buona norma.
Quello che cerco di dire è che un buon progetto ha bisogno di essere meditato, limato, a volte rimpastato per ricominciare da zero; le scelte tecniche devono rispondere a dei parametri tipici dei “beni durevoli” perché non so se “un diamante è per sempre”, ma sicuramente una casa lo è. Quello che costruiamo oggi è sicuramente destinato a sopravvivere a noi ed ai nostri figli e quindi va pensato per essere flessibile e rispondente ai bisogni futuri.

Vi starete chiedendo: ma tutto questo discorso cosa ha in comune con il problema del nucleare oggi? Direttamente nulla, ma se il fabbisogno di energia delle famiglie e degli edifici pubblici e privati diminuisce dovremo produrre meno energia e di conseguenza meno centrali nucleari. Si centrali nucleari, perché sono sicuro che le nuove centrali nucleari si faranno. Quando? In un Paese normale si realizzerebbero in 5 – 10 anni, ma questa è l’italietta e tra una manifestazione ed un blocco dei binari ferroviari, tra gli equilibri interni di un governo e quelli del governo successivo ce ne vorranno almeno 20. Ma sorge un secondo problema: saranno di proprietà pubblica o privata, o meglio i soldi saranno messi dai privati o dallo Stato? E come, dove e da chi saranno gestite le scorie radioattive? Perché il vero problema, quello che lasceremo ai nostri figli, sarà lo stoccaggio delle scorie. Ora scusate, ma in un paese in cui non si riescono a smaltire i rifiuti solidi urbani, in un paese in cui non si riesce a fare una raccolta differenziale a tappeto, in un paese in cui non si riescono ad avere dei depuratori che non inquinino i nostri mari, in un paese in cui abbiamo i fiumi più inquinati dell’occidente, cosa ci fa sperare che saremo in grado di gestire le scorie radioattive?

Ma torniamo al fabbisogno energetico, se si stimerà sulla base dei consumi odierni senza prendere in considerazione che il patrimonio edilizio esistente si possa migliorare dal punti di vista energetico e che le nuove costruzioni possono essere vicine al fabbisogno energetico zero, che in teoria si può realizzare un impianto fotovoltaico, eolico e solare termico domestico per ciascuna unità immobiliare, ci ritroveremmo con tante centrali nucleari inutili. Ma come si fa a consumare meno energia se le nostre case, i nostri uffici, le nostre scuole devono essere surriscaldate in inverno e rinfrescate in estate? I principali responsabili dello stato del nostro patrimonio edilizio siamo noi, noi progettisti, noi costruttori, noi proprietari, noi Amministratori Pubblici, noi Stato: NOI. Ciascuno di noi ha la sua quota di responsabilità commisurata in proporzione al proprio potere decisionale. Ma come si fa a buttarsi alle spalle un certo modo di costruire ed a ripensare le nostre città? Qui la cultura della progettazione e la tecnologia delle costruzioni hanno un loro limite se non affiancata da un Testo Unico sulle costruzioni con particolare attenzione al risparmio energetico nel senso più ampio e parallelamente con aiuti economici. Ma vediamo cosa si deve intendere per risparmio energetico. Il risparmio energetico va valutato non solo nella fase di esercizio dell’edificio, ma anche nella fase di costruzione e nella produzione dei materiali da costruzione e quindi vanno preferite tutte quelle tecnologie che hanno un basso impatto ambientale e quindi valutare il bilancio energetico del manufatto edile nel suo complesso. Personalmente privilegerei la bioarchitettura ma mi rendo conto che non si può pretendere che intere generazioni di progettisti e costruttori cambino con uno schiocco di dita il loro modo di operare: sono processi lunghi. Sono altresì cosciente che in un regime di libero mercato parlare di aiuti all’edilizia suoni come una bestemmia: aiutare le speculazioni.

Il problema però sussiste perché se non si trova il modo di “aiutare”, nel senso di favorire, meglio ancora promuovere, questa “rivoluzione”, coloro che potranno accedere a costruzioni di “classe A+” saranno solo quelli con grandi possibilità economiche ed il divario tra questi e chi vive di uno stipendio basso aumenterà in modo esponenziale.

Il problema è molto complesso e va combattuto su più fronti contemporaneamente avendo l’umiltà di verificare periodicamente i risultati raggiunti e se necessario cambiare strategie ma non l’obiettivo finale: un futuro per i nostri figli e per i figli dei nostri figli.


  Michele Scarfone
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