(di Omar Kamal - destrasociale.org) - Viviamo in un sistema capitalistico. Si sa. Con tante falle quante sono le buche per le strade di Roma. E sappiamo anche questo. Sappiamo inoltre che in questo sistema capitalistico (il nostro oltretutto è uno degli esempi peggiori) nulla vale la pena fare se non è un business. E l’energia alternativa -almeno fino a ieri- un business non lo era affatto, e per forza di cose ai costruttori non importava investire in ciò che non dava risultati che fossero tangibili e immediati. Ma oggi le cose stanno cambiando. Certo, rimane paradossale, che un sistema positivo, funzionante, ecologico, utile e “di prospettiva” debba -per esser accettato dalla comunità- esser sdoganato dal mercato. Ma questo avviene perché chi governa il mercato, non ha una coscienza di popolo, e né comprende il valore di un bene comune.
Nel caso specifico parliamo di fotovoltaico che (grazie a tutta una serie di norme) si sta dimostrando un affare per tutti: per chi lo adotta, per chi lo vende, per chi lo installa, per l’ambiente, per i cittadini. E questo -come già detto- al mercato piace. O meglio, al mercato piace che l’ecologia dia una rendita: ossia un ritorno con interessi. Ma fate attenzione, perché questa volta piace anche a noi. Chi vende oggi il fotovoltaico è lo stesso che ieri non lo voleva vendere, o meglio, è lo stesso che ieri non era incline neppure a parlarne. Fatto altrettanto curioso è che sempre oggi, chi è a favore delle centrali nucleari, sono -alla pari- quelli che fino a ieri ne erano contrari. Casi della vita, direte voi. Forse. Sta di fatto che oggi si sono moltiplicati anche in Italia i rivenditori e gli installatori d’impianti fotovoltaici. E in fondo, perché non passare al fotovoltaico?
1. Passare al fotovoltaico significa produrre ed utilizzare energia gratuita a tempo indeterminato: e in Italia, il Sole splende senza dubbio di più rispetto a quei paesi (vedi la Germania) che in tema di fotovoltaico oggi ci danno “una pista”.
2. Chi passa al fotovoltaico ottiene un finanziamento statale per venti anni a fondo perduto. Una bella novità, introdotta tuttavia nel “lontano” 2005 grazie ad un Decreto del Ministero delle Attività Produttive e dell’Ambiente (governo di centrodestra) che garantisce per 20 anni un contributo per ogni KWh di energia prodotta con l’impianto fotovoltaico. Business n. 1.
3. Passare al fotovoltaico vuol dire inquinare di meno. E questo ci piace.
4. Ma soprattutto aggiungere i pannelli, vuol dire dare all'edificio un valore aggiunto. In questo modo assisteremo ad una rivalutazione degli immobili, grazie ad una miglioria effettiva e non per via dell’avidità degli speculatori. Business n. 2.
5. I costi di manutenzione sono inferiori rispetto ai costi che dobbiamo affrontare oggi giorno quando qualcosa non funziona nel nostro impianto tradizionale.
6. Usare i pannelli solari, non reca danno di alcun tipo, e soprattutto vengono posizionati sulle superfici inutilizzate dell’edificio. L’impatto ambientale in questo caso non c’è.
7. Utilizzare l’energia elettrica laddove del resto viene prodotta, abbatterebbe la dispersione di energia. Per capirci, attraverso i cavi d’alta tensione, il 7,5% dell’energia “trasportata” viene dispersa.
8. Tutta l’energia prodotta in eccedenza viene rivenduta all’ente nazionale che gestisce l’energia elettrica. Business n.3
MA IN ITALIA VINCE SEMPRE LA “MALA OPPOSIZIONE” – In Italia (purtroppo, aggiungo) dubito vi sarà mai una politica ambientalista e conservatrice. Ed ammetterlo, per chi ci crede quanto il sottoscritto, è come tirarsi una mazzata sulle balle. Ma non solo: non vi sarà mai neppure una politica di sviluppo se questa cozzerà con la questione ambientalista dei “Niet”. Perché? Per colpa della “mala opposizione”, ovvero quel gruppo (più o meno trasversale) di bastian contrari capaci sì di contestare, salvo poi esser incapace di dare mai un’alternativa che sia una. Vale per il caso della TAV, ma l’esempio più illuminate sono i rifiuti della decaduta città di Napoli e dintorni. Sì perché di pane e ambientalismo si vive e si muore: si vive quando si da vita ad una rivoluzione culturale propositiva, si muore invece quando si piange per problemi che sempre altri dovranno risolvere (e possibilmente altrove). Per questo opporsi al nucleare oggi non basta. Pure un ciuco ha compreso che la dipendenza energetica dell’Italia va oltre ad ogni più logica necessità. E nessuno -soprattutto- ha più voglia di pagare i conti degli altri. Ma siccome di energia ne abbiamo bisogno, dire ideologicamente “NO” alle centrali nucleari (così come dire ideologicamente “SI”), è un discorso che non paga e che non serve. Ci si può opporre, questo sì, ma sposando un piano differente che tolga il meno possibile e che dia molto.
MA IO RESTO CONTRO – A chi mi dice “siamo gli unici ‘coglioni’ in tutta Europa che non hanno le centrali nucleari” (e sono in tanti) rispondo che la soluzione energetica non può coincidere con l’aumento del fattore rischio. Tuttavia è vero, basterebbe saltasse una sola centrale in un qualsiasi punto dell’Europa, per assistere finalmente (scusate il sarcasmo) all’Europa unita.
Ma è anche vero che oggi, il non avere centrali di questo tipo sul nostro suolo, ci ha lasciato solo gli svantaggi: non godiamo del vantaggio economico e/o produttivo e ci cucchiamo invece il fattore rischio delle centrali altrui. Quindi, tanto varrebbe per noi aprire delle centrali se non altro per pareggiare i conti con gli altri Stati europei. Del resto, se facessi l’avvocato del diavolo, dovrei ricordare che sono ben trentaquattro gli impianti nucleari attualmente in costruzione in tutto il mondo, rispettivamente: Argentina 1, Bulgaria 2, Cina 5, Corea del Sud 3, Finlandia 1, Francia 1, Giappone 1, India 6, Iran 1, Pakistan 1, Russia 7, Taiwan 2, Ucraina 2, USA 1.
Ma a questo punto mi sorge un dubbio però: ci sarà davvero uranio per tutti quanti?
Quindi per giustificare la mia contrarietà, cito dei dati. Il primo è che il fabbisogno energetico fornitoci dal nucleare si è di volta in volta abbassato nel corso degli anni. Era sì determinante il nucleare, ma correvano gli anni ’50, ’60 e '70. Oggi il nucleare rende meno delle previsioni e molti progetti sono stati oltretutto abbandonati. Badate, parliamo solo di stime sulla produttività, che ad oggi sono inferiori rispetto alle aspettative del passato. Non stiamo parlando ne del disastro di Three Mile Island del 1979 (centrale nucleare situata nei pressi di Harrisburg, capitale dello stato della Pennsylvania, USA) né di quello di Černobyl datato 26 aprile 1986. Parliamo di altro.
Parliamo anche di quegli incidenti che non devono essere troppo divulgati: come quello avvenuto in Slovenia (due passi da noi) presso la centrale nucleare di Krsko, centrale di proprietà della compagnia Nek, una joint venture sloveno-croata in grado produrre il 20% del fabbisogno energetico di Lubiana e il 15% di quello di Zagabria. L’incidente avvenuto lo scorso 4 giugno non ha rilasciato materiale radioattivo, ma in ogni caso non è stata una sorta di pubblicità-progresso per il fronte pro-nucleare.
Le domande della serie “Nucleare, chi c’è la fa fare”, sono molte:
1. Dove verranno depositate le scorie in Italia, paese in cui non si è neppure capaci di smaltire l’immondizia? Come potrà l’Italia, riuscire a depositare scorie che verranno smaltite quando a pagare saranno le generazioni future? Il tutto quando Paesi in materia più avanzati del nostro, come Stati Uniti e Francia, non sono riusciti ad arrivare ad una soluzione in sessant’anni di attività energetica basato su centrali cucleari.
2. Che senso ha, dire che il nucleare porterà una riduzione dei nostri costi, quando sappiamo benissimo, che se così fosse, avverrà approssimativamente fra non prima di vent’anni.
3. Sappiamo che siamo dipendenti di energia dai Paesi stranieri. Tuttavia, nessuno dice che se tornassimo indietro sui nostri passi (perché il nucleare è un concetto vecchio) saremmo comunque dipendenti dall’estero: per via dell’uranio, che in Italia non si trova, e per via della tecnologia riguardante le centrali di nuova generazione che invece è francese. Una tecnologia che ci viene venduta, che viene da loro gestita e che permetterebbe a loro di fare il prezzo dell’energia in Italia.
4. Perché se vendere Alitalia ai francesi è un danno, dipendere dalla tecnologia francese -in tema di energia nucleare- non è un problema al punto tale che non se ne parla?
5. Che cosa ne sarà delle centrali, una volta che l’uranio verrà esaurito, tenendo conto che le riserve di uranio non supereranno i quarant’anni (su previsione ottimistica) e senza contare la creazione di nuove centrali in tutto il mondo? Che senso ha quindi, creare centrali che con tutta probabilità non termineranno il proprio ciclo vitale restando attive?
6. Perché realizzare centrali, per far pagar meno i contribuenti, se poi queste stesse centrali vengono ammortizzate in circa 15-20 anni di produzione?
7. Sulla base di queste perplessità, come mai non è mai stato portato avanti un progetto alternativo basato sulla riduzione degli sprechi, l’ottimizzazione dei processi energetici, l’investimento per uno sviluppo globale verso l’energia alternativa?
E chi più ne ha più ne metta. Il discorso sul nucleare serve oggi per mantenere in attivo la società dei consumi. Serve energia, perché senza energia, il consumo dell’indotto si riduce. E questo è contro il mercato. Dice bene De Maio, presidente di Fare Verde, quando asserisce che questa società permeata sul consumismo incessante, deve prima fare i conti con i propri bisogni, con l’essenziale, e solo dopo deve pensare al superfluo. Il nucleare, rappresenta sì la svolta energetica, ma per una società capitalistica e consumistica. Mettere in discussione il nucleare vuol dire ridiscutere il nostro modello di vita, ossia qualcosa che va più in là del come reperire energia. Gestione dei consumi, risparmio energetico, ridurre gli sprechi per affidarsi a fonti rinnovabili, ecologiche, sono oggi l’unico approccio in grado di dare prospettiva al nostro Paese.
Ridiscutere il nucleare -se pur in senso propositivo- per me equivale tornare agli anni 50. Quasi sessant’anni fa: siamo sicuri che sarà questo il progresso?