| TITOLO |
Avatar: la rivoluzione copernicana che c’è, ma non si vede |
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| DATA |
18/01/2010 |
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| AUTORE |
O.K. |
ARCHIVIO |
di Omar Kamal
(tratto da circolinuovaitala.org) - Con tutta probabilità, Avatar non verrà ricordato come il film più bello di sempre: ma è certo che verrà ricordato come il film più costoso e dagli incassi stratosferici. Per lo meno nella storia del cinema moderno. Un battage pubblicitario intensissimo: nell’ultimo mese, non c’è stato quotidiano del Belpaese che ha trascurato l’Avvento dell’ultima fatica del regista James Cameron. Avatar è così diventato un fenomeno di massa, capace di attrarre l’interesse dei fan del genere fantasy e non. Il che è una buona notizia. Il fantasy del resto, è un genere che non lascia spazio a vie di mezzo. O lo si ama, o lo si snobba (ma stranamente, non si odia). O si è amanti o detrattori di questo genere di cui a volte si abusa ma che spesso si sottovaluta. Se ne abusa creando prodotti blockbuster che non danno e ne tolgono nulla, si sottovaluta quando non si capisce che il fantasy è un ottimo mezzo che necessita di uno sforzo di decodifica in più da parte dello spettatore. Ma tant’è: in questo articolo oggi si parla di Avatar e non del fantasy.
C’E’ UN PO’ DI TUTTO, MA ERA INEVITABILE - Avatar, ossia “Alien, se i cattivi siamo noi”. Chi ha visto Alien (il primo film, quello diretto da Ridley Scott), si ricorderà una chiacchierata celebre tra Ripley (Sigorney Weaver) e l’androide al soldo della Compagnia, Ash (Ian Holm). Dice la prima, riferendosi all’alieno “Tu lo ammiri, non è vero Ash?”. Risponde l’androide “Io ammiro la sua purezza. Un sopravvissuto, sgravato da ogni coscienza, rimorso o illusione di moralità”. Il killer perfetto e privo di coscienza della pellicola di Ridley Scott, coincide con gli uomini del cielo di Avatar. O meglio, somiglia a coloro i quali esportano la logica di mercato mediante l’impiego della forza militare. Anche in questo caso, troviamo un’analogia con Alien, dov’è dapprima latente e poi evidente, l’interesse commerciale della “Compagnia”, un modo sbrigativo per far passare il concetto di prevaricazione di alcune multinazionali a danno della vita umana. Un concetto buono per tutte le stagioni, e che funziona sin dalla notte dei tempi. Probabilmente da quando è nata la critica alla rivoluzione industriale sino al “Signore degli Anelli”. Ecoterrorismo e distruzione dell’ambiente in favore di un mondo industrioso, è stato trattato proprio da Tolkien nella sua più celebre opera.
Non solo: c’è un ben po’ di Matrix dentro al film di Cameron. Il concetto di connessione, artificiale nella trilogia dei fratelli Wachowski, è ripreso anche in Avatar, se pur in modo naturale, romantico e affascinante. Metteteci poi qualcosa de “L’ultimo dei Mohicani” o de “L’Ultimo Samurai”: all’interno di due culture storicamente rispettose nei confronti delle divinità naturali, troviamo due “eroi” estranei a entrambe le culture. Nel bellissimo “L’ultimo dei Mohicani” di Michael Mann questi era Occhio di Falco (Daniel Day-Lewis), mentre nel coinvolgente “L’ultimo Samurai” di Edward Zwick, l’eroe era il Capitano Nathan Algren (Tom Cruise). Se vogliamo andare più indietro, possiamo citare il buon vecchio Superman: il celebre supereroe determinato a salvare un mondo che neppure gli appartiene.
Infine torniamo a “Il Signore degli Anelli - Il Ritorno del Re”: prima ancora del concetto di predestinazione, troneggia l’eroica figura di chi chiama a raccolta le genti – spaccate secondo le più svariate logiche – unendole contro l’usurpatore.
Messa così, viene da chiedersi, “dov’è la novità?”. La novità è che c’è da rassegnarsi dinanzi ad un concetto base: ossia che l’archetipo del fantasy quello è e quello resta. Ci sarà per sempre un eroe, un saggio, un guerriero, una principessa, un cattivo e qualche personaggio simpatico messo qua e là. Le dinamiche restano le stesse: a variare eventualmente, è il messaggio finale. Ma nulla più. Tutto questo non vuol dire che Avatar sia la summa di altri film, ma che l’archetipo non ha margini di modifica. Se non il significato cui l’autore della sceneggiatura vuole arrivare.
IN CONCLUSIONE – E’ vero che Avatar è un nuovo “numero zero”. Una tecnologia innovativa quella utilizzata, capace di sorprendere i vari George Lucas, Steven Spielberg, Peter Jackson & C. Ma a conti fatti, cosa cambia a noi amanti e non del bel cinema? Il risultato finale è sì visivamente meraviglioso, ma cosa ci lascia questo colossal in 3D di indimenticabile? Rispondo per me: di indimenticabile, nulla. Il 3D è una trovata vecchia assai, utile per unire sì le genti, ma nei cinema (settore che non se la passa benissimo), facendola spendere e non poco. Il sottoscritto, in compagnia di tre adulti e due bambini, ha speso 65 euro. Tantino, se escludiamo bibite, popcorn e caramelle gommose. Perché a conti fatti si sono sfiorati i 100 euro, quasi duecentomila lire del vecchio conio. Non male, in tempo di crisi. V’è poi un altro dato: che il 3D affascina sì l’occhio, ma distrae molto lo spettatore dalla sceneggiatura e dai dialoghi. Impressione soltanto mia? Non credo. Il 3D non è nulla di indispensabile: bei film sono sempre stati fatti senza l’uso del 3D, e bei film -in tal senso- ne verranno ancora. A questo punto, cosa ci resta? La sceneggiatura, il messaggio o come preferite chiamarlo voi. Cosa che ai più è risultato scontato, semplice, lineare. Un’invettiva che non disapprovo affatto, è quella contro le guerre “socialmente accettabili”. In tal senso il film è uscito con un po’ di ritardo rispetto alle guerre recenti, ma alla peggio c’è da auspicarsi che serva per una una presa di coscienza contro quelle che potrebbero esserci in futuro.
In conclusione Avatar è un film da vedere, ma se vi aspettate una rivoluzione copernicana, vuol dire che nella vita (beati voi) fate i registi di film con effetti speciali. In tal senso, credo che neppure vi toccherà più di tanto quel che ho scritto circa il costo del biglietto.